Il mistero non è Monti, ma gli italiani

Le prossime elezioni italiane saranno una sorta di test: può una democrazia correggere se stessa? Le consultazioni saranno infatti una sfida tra il populismo dei correttivi di corto respiro e le riforme di lungo termine necessarie per rendere l’economia italiana definitivamente solvibile, competitiva e sostenibile per i prossimi decenni. La parentesi di Mario Monti nei panni di presidente del Consiglio “tecnocratico”, non eletto e al di fuori della solita politica, ha funzionato come un “interruttore automatico” (ovvero un dispositivo di sicurezza in grado di interrompere il flusso di corrente elettrica di un impianto in caso di cortocircuito). di Nathan Gardels Leggi Ma cosa ci ha fatto questo Monti? di Giuliano Ferrara - Leggi Italian elections: a test of democracy di Nathan Gardels
12 AGO 20
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Le prossime elezioni italiane saranno una sorta di test: può una democrazia correggere se stessa? Le consultazioni saranno infatti una sfida tra il populismo dei correttivi di corto respiro e le riforme di lungo termine necessarie per rendere l’economia italiana definitivamente solvibile, competitiva e sostenibile per i prossimi decenni. La parentesi di Mario Monti nei panni di presidente del Consiglio “tecnocratico”, non eletto e al di fuori della solita politica, ha funzionato come un “interruttore automatico” (ovvero un dispositivo di sicurezza in grado di interrompere il flusso di corrente elettrica di un impianto in caso di cortocircuito). Monti ha puntato a far cambiare strada all’Italia, spostando il paese da un sentiero insostenibile e promuovendo riforme in tutta una serie di campi: dalle pensioni alle tasse, passando per la flessibilità del mercato del lavoro. Con uno sguardo sobrio al futuro, possiamo dire che le politiche di Monti hanno tentato di offrire una risposta a una realtà che tutta l’Europa dovrà fronteggiare. L’Europa infatti ha il 7 per cento della popolazione mondiale, conta per il 24 per cento della produzione globale e per il 50 per cento della spesa sociale del pianeta. Con le economie emergenti come Cina, Brasile e Turchia che recuperano terreno ed erodono il dominio europeo sul fronte della produzione, gli europei dovranno trovare un modo per sostenere la loro quota di produzione globale necessaria a finanziare il welfare state, diventando quindi più produttivi e competitivi. Nel caso contrario, il livello di benessere a cui la popolazione è abituata dovrà essere ridotto. Eppure, a fronte della sua volontà di affrontare la realtà dei fatti, Monti è stato “premiato” dall’elettorato con un calo nei sondaggi. Dagli ultimi rilevamenti, infatti, emerge che il premier tecnico raccoglierebbe circa il 13 per cento dei consensi alle urne.
Certo, il rigore fiscale – da solo – non consentirà all’Italia di sfuggire alla trappola del debito. Ma paesi debitori come l’Italia hanno ben poco spazio per eventuali stimoli fiscali a sostegno della domanda. L’appoggio deve venire dai paesi creditori dell’Europa, in particolare la Germania. Eppure anche lì la cancelliera Angela Merkel rischia di andare incontro a un fallimento politico alle elezioni federali del prossimo autunno nel caso dovesse acconsentire a un programma di stimolo fiscale o a un salvataggio dei paesi indebitati. Pure in Germania, dunque, gli orizzonti temporali di breve termine impediscono una soluzione definitiva per i problemi collettivi dell’Europa.
L’interruttore automatico, costituito dalle politiche di Monti, diverse dalle vecchie soluzioni, incarna una battaglia contro due forze: la “cultura della Coca Light” e la “vetocrazia”. Sempre più, nella democrazia del consumatore, chi tiene conto dei risultati – inclusi i media, il mercato, la politica – reindirizza il proprio atteggiamento verso una gratificazione immediata. Così come le persone si attendono di poter mangiare dolci senza dover assumere calorie, allo stesso modo i cittadini vogliono consumare senza risparmiare, esigono standard di vita elevati senza un’economia competitiva e uno stato sociale generoso senza il bisogno di pagare le tasse.
La vetocrazia è invece una forma decaduta di democrazia, nella quale gli interessi particolari – da quelli dei sindacati a quelli delle banche – tentano di bloccare qualsiasi riforma che metta in pericolo i loro profitti. In Italia questi interessi particolari godono anche dei cosiddetti “diritti acquisiti”. Per soddisfare questi appetiti, il debito pubblico del paese in rapporto al pil è aumentato, per esempio, dal 60 per cento del 1980 al 120 per cento del 1992.
Un voto espresso per mantenere questo status quo non è solo un voto a favore del passato: innanzitutto perché equivale a un voto a favore degli interessi costituiti di oggi, poi perché è soprattutto un voto contro il futuro. L’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel momento in cui fa ringalluzzire gli impulsi del populismo di destra, è sotto molti punti di vista l’incarnazione della “Diet Coke democracy” e della vetocrazia. Beppe Grillo poi, sul fronte del populismo di sinistra, ha molto da offrire, esprimendo in maniera sapiente la rabbia e la frustrazione che montano di fronte a fenomeni corruttivi molto diffusi. Ma rabbia e frustrazione non costituiscono un programma di governo.
Un tema collegato è quello della discesa in campo di Monti: ha fatto bene o no a presentarsi direttamente come candidato alla premiership attraverso una campagna elettorale? Nel tentativo di mantenere la sua imparzialità intatta e al di sopra della mischia, Monti ha detto che ricoprirà nuovamente la carica di presidente del Consiglio soltanto se l’agenda di riforme strutturali proposte guadagnerà sufficienti consensi dai vari partiti in corsa. Un nuovo governo Monti potrà vedere la luce soltanto in presenza di questa maggioranza. I critici sostengono però che se l’ex commissario europeo non si “guadagnerà” direttamente un ruolo di leadership da candidato, non sarà mai pienamente legittimato. Comprendo questo tipo di ragionamento, ma allo stesso tempo capisco perché la scelta di Monti è sensata. Ciò che è importante, infatti, è l’agenda di riforme che funziona come un “interruttore automatico” e che interrompe il solito cortocircuito politico. Sarebbe inutile eleggere un “governo ri-politicizzato” senza una maggioranza sufficiente ad approvare poi le riforme. Monti è già oggi un membro del Parlamento, è senatore a vita, e dunque è legittimamente selezionabile per un ruolo di leadership nel sistema parlamentare italiano.

Il parallelo con la iperdemocratica California
Inoltre, ciò che Monti sta perseguendo non è considerato così strano in altre democrazie. Quando Jerry Brown fece campagna, con successo, per essere eletto a governatore della California nel 2010, promise che non avrebbe mai alzato le tasse senza prima “chiedere al popolo”. Una delle ragioni per cui lo fece era questa: esisteva un “ingorgo” nel ramo legislativo di quello stato, dove tra l’altro per alzare le tasse è richiesta una maggioranza dei due terzi, e questo bloccava la sua capacità di aumentare l’imposizione attraverso le procedure parlamentari. Nei suoi due primi anni al potere, il governatore Brown ha dunque tagliato la spesa pubblica mentre cercava di ottenere una maggioranza qualificata in Parlamento – non per alzare le tasse, ma anche solo per chiedere il permesso di proporre un referendum affinché gli elettori potessero decidere cosa fare. Infatti anche la richiesta per poter tenere un referendum richiedeva una maggioranza dei 2/3 dei parlamentari, maggioranza che Brown non è però riuscito a ottenere. Nel sistema californiano di democrazia diretta, solo gli elettori possono fare le leggi e cambiare la Costituzione senza passare attraverso il potere legislativo. Per farlo, però, devono raccogliere le firme richieste che sono circa un milione. Una volta che una proposta riesce a trasformarsi in quesito referendario, diventa infine legge se il referendum viene approvato a maggioranza. Così il governatore Brown, non riuscendo a far convocare una consultazione referendaria da parte del Parlamento, ha messo su un comitato di esponenti della società civile, assieme ai sindacati degli insegnanti, per proporre il tema dell’aumento delle tasse dirette e indirette al voto dei cittadini. Anche se Brown era ancora governatore, il suo comitato doveva raccogliere le firme necessarie per presentare la proposta. A novembre, infine, il piano di inasprimenti fiscali è stato approvato, tamponando almeno per un momento i buchi di bilancio della California. (Va aggiunto comunque che queste nuove tasse, da sole, non affrontano alla radice la sfida posta dalla “Diet Coke culture”, essendo mirate a compensare i tagli all’istruzione – una cosa buona di per sé – e dunque destinate a gravare sugli “altri”, cioè i ricchi su una soglia più alta di 250 mila dollari l’anno).
Ciò che rileva, ai fini del parallelo con l’Italia, è che il “candidato” in questo caso non era il governatore Brown, ma la politica fiscale proposta da un gruppo della società civile che includeva anche il governatore. L’“agenda Monti” per le riforme, proposta agli elettori senza una candidatura diretta del presidente del Consiglio, sembra seguire grossomodo lo stesso schema. E’ un’innovazione nella democrazia politica alle prese con la fase difficile che attraversiamo, si tratta di un referendum tra futuro da una parte, status quo e passato dall’altra. Ma se tutto questo è legittimo nella democrazia partecipativa e radicale che vige in California, perché non dovrebbe esserlo in Italia?

Il paradigma Schröder
Il vero punto è che gli italiani dovrebbero considerare bene la posta in gioco. Seppure in una situazione di crescita globale, Gerhard Schröder fu in grado, quando era cancelliere tedesco nel 2003, di premere per approvare lo stesso tipo di riforme strutturali che Monti propone oggi. Schröder fu “premiato” con la cacciata dal posto di cancelliere alle elezioni successive. Tuttavia, un decennio più tardi, la Germania è l’economia più forte e competitiva dell’Europa, proprio grazie a quelle riforme. Le riforme d’altronde hanno bisogno di molti anni per mostrare i loro effetti, e sono pur sempre impopolari nel momento in cui vengono proposte. Ergo, la democrazia in quel frangente calcolò male il valore delle riforme di Schröder. Accadrà lo stesso per Monti?
di Nathan Gardels
(Direttore di New Perspectives Quarterly, coautore con Nicolas Berggruen del libro “Intelligent Governance for the 21st Century”)
Traduzione di Marco Valerio Lo Prete
LeggiMa cosa ci ha fatto questo Monti? di Giuliano Ferrara - Leggi Italians elections, a test of democracy (versione originale) di Nathan Gardels